DEL M° CESARE BALDINI

In tutto il mondo, presso tutti i popoli, in tutti i tempi si sono sviluppati sistemi di combattimento senza l’uso di armi. Il corpo a corpo ha assunto aspetti diversi a seconda dei costumi, delle usanze, delle tradizioni e delle regole che hanno governato i vari gruppi umani che nel tempo si evolvevano, passando dal villaggio alla città, allo stato, alla nazione fino all’impero. In oriente in generale ed in Cina in particolare, dove più antica è la storia della civiltà, si sono evolute diversissime forme di combattimento che possiamo considerare Arti marziali, che poi si suddivideranno in stili a loro volta frazionati in una miriade di scuole. Oltre un millennio fa, attraverso l’arcipelago delle Ryu Kyu, che forma una specie di pilonatura di un ponte che unisce le principali isole che costituiscono il Giappone (Hokkaido, Honshuh, Shikoku, Kyushu ) all’isola cinese di Formosa, cominciarono degli scambi che assumevano alternativamente un aspetto politico-militare ed uno commerciale- culturale. Attraverso questa via anche la cultura del combattimento a mani nude passò dalla Cina al Giappone esercitando una decisiva influenza sulle preesistenti tecniche locali.

In particolare nell’isola di Okinawa, retta da secoli da un proprio sovrano, tributario dell’impero cinese, che per propria tranquillità aveva proibito ai sudditi il possesso di qualunque tipo di arma, si sviluppò maggiore l’attrattiva per queste forme di lotta, interesse che si accentuò quando nel 1600 i giapponesi si appropriarono dell’isola e resero la proibizione ancora più severa, concedendo ( dice una cronaca ) un solo coltello per villaggio, che doveva restare legato ad un palo nella piazza.

Tuttavia siccome in qualche modo bisognava pure difendersi, qui si svilupparono, oltre al combattimento a mani nude, anche sistemi di lotta che prevedevano l’uso di quelle che oggi definiremmo armi improprie e che erano in sostanza attrezzi di lavoro di uso comune come falcetti, bastoni, remi, catene ecc. creando tutta una serie interessantissima di Arti di combattimento che la tradizione ha portato quasi intatte fino a noi. Proibito era anche praticare ed allenare qualunque tipo di tecnica di attacco o difesa con mani e piedi, che veniva così studiata ed allenata nascostamente e tramandata di padre in figlio attraverso stereotipi ( kata ) che a volte venivano praticati anche pubblicamente come danze.

Nel giro di un paio di secoli, mano a mano che l’isola si giapponesizzava questi divieti caddero e si cominciarono a formare apertamente scuole che studiavano queste discipline, una cultura che veniva spesso alimentata e vivacizzata dall’arrivo dalla Cina di commercianti, funzionari, e militari alcuni del quali ivi si trasferirono in permanenza con le loro famiglie e che erano esperti di discipline marziali. A partire dal 1868, data che segna l’uscita del Giappone dall’epoca feudale, la fine degli shogunati e l’inizio dell’era Meiji, finito il dominio delle caste guerriere, le Arti marziali rischiarono di scomparire, ma furono in gran parte salvate da alcuni maestri intelligenti ed intraprendenti che ravvisarono come in esse vi fossero delle componenti utilissime anche in una moderna società. Si trasformò il Jitsu in Do: ovvero si eliminò il fine letale della pratica per sostituirla con la componete psicofisica del cammino da percorrere per il proprio miglioramento e si utilizzarono proficuamente le capacità formative ed educative delle varie discipline ed il loro profondo significato filosofico, ed infine se ne esaltò la componente sportivo agonistica. Su questa strada, quel grandissimo uomo e Maestro di sport che fu Jigoro Kano, uno dei fondatori del Comitato Olimpico Internazionale e senatore dell’Impero Nipponico, trasse e codificò dal Jujitsu il Judo e lo diffuse nel mondo come sport.

Quasi contemporaneamente ad Okinawa, Gichin Funakoshi, un insegnante di letteratura appassionatissimo di arti marziali, prendendo lo spunto dalle locali scuole di discipline di combattimento (To-de = mano cinese, Okinawa-te = mano di O., Jujitsu ecc. ), codificò un suo metodo che chiamò Karate, ovvero vuota mano, utilizzando per scriverlo i caratteri ideografici giapponesi in sostituzione di quelli cinesi. Nel 1922 il M° Funakoshi, presentò il suo metodo di combattimento allo stesso Imperatore, e, stimolato da Jigoro Kano che gli aprirà le porte delle Università, si trasferirà definitivamente da Okinawa a Tokyo. Qui egli concretizzerà la forma del suo concetto di metodologia di allenamento e di combattimento, dando vita ad uno “stile” che si chiamerà Shotokan, ovvero “scuola di Shoto”, quando Shoto (il soffio del vento nel bosco dei pini ) era lo pseudonimo col quale egli firmava i suoi scritti al tempo in cui insegnava letteratura ad Okinawa.

Funakoshi darà questo nome alla sua palestra (dojo ) personale che aprirà a Tokyo nel 1936.

Da questa prima elaborazione che egli ed i suoi discepoli andranno sempre e vieppiù migliorando e perfezionando negli anni, sorgeranno anche contrasti e divisioni tra i maggiori maestri che nel tempo si vengono a formare tra i suoi allievi. Alcuni di questi trovandosi ad esplorare qualcuna delle infinite possibili varianti, di questa nuova e pur antichissima disciplina, riterrà di aver trovato le vere tavole della verità, e si distaccherà dalla scuola originaria dando vita ad un nuovo “stile” ( Hironori Otzuka = Wadoryu, Shigeru Egami = Shotokai ecc. ).

Nonostante i contrasti e le divisioni che ne caratterizzeranno sempre la storia, spinta dalla sua intrinseca bellezza e validità, prenderà l’avvio quella splendida disciplina che è il Karate attuale.

Si tratta di un confronto totale tra i contendenti che comprende sia tecniche di percossa apportate con gli arti, che proiezioni che si concludono con il colpire l’avversario anche a terra. In sostanza nel Karate sono usabili tutte le tecniche concepibili nelle migliaia di Arti e stili di combattimento esistenti, escludendo soltanto l’uso di qualsiasi tipo di arma.

Diverso è il discorso quando questa disciplina si pratica nel suo aspetto sportivo. Qui sono fissate regole ferree che pongono in primo piano l’incolumità dell’atleta e la tutela della sua integrità fisica, onde far si che una disciplina con un potenziale letale enorme, possa essere praticata in perfetta sicurezza a tutti i livelli ed a tutte le età.

Ne ha avuto origine uno sport vario e spettacolare, piacevole da vedersi che si è rapidamente diffuso in tutto il mondo fra decine di milioni di praticanti. Il Karate è una disciplina che richiede una preparazione fondamentale simmetrica che impegna l’intero apparato muscolare e favorisce al massimo la lateralizzazione, quindi lo sviluppo armonico del corpo nei giovanissimi ed il potenziamento globale nei meno giovani; attività intensa e non ripetitiva, crea con la sua situazionalità lo stimolo a reazioni velocissime ed a rapide decisioni strategiche e tattiche, apportando benefici e miglioramenti evidenti di ordine psicofisico a chi lo pratica con costanza e serietà sotto la guida di un buon maestro.

La normativa che regola le gare lo ha relegato agli ultimi posti nella graduatoria della pericolosità, portandolo al livello del nuoto o del golf.

L’introduzione del Karate in Europa è sicuramente dovuta al Francese Henry Plèe ed alla sua palestra in Rue Montagne Sainte Geneviève, nella quale nei decenni egli inviterà tutti i più noti maestri che via via si mettevano in luce nel mondo. Questo oltre a mettere la

Francia nella posizione di avanguardia in questa disciplina, che ancor oggi conserva, creò un centro di diffusione al quale da tutti i paesi si andò ad attingere.

In Italia il Karate comparve ad opera di Wladimiro Malatesti che nel 1955 aprì al Kodokan di Firenze il primo corso, e con un gruppo di amici-allievi fondò nello stesso anno la Federazione Italiana Karate ( FIK ). Il gruppo fiorentino, per progredire ed aggiornarsi prese contatto col M° Tetsuji Murakami che abitava a Parigi, ove era stato invitato da Plèe, consolidando un contatto che portò il maestro giapponese a tenere per anni stages in Toscana a scadenze fisse. Di qui, la disciplina cominciò la sua diffusione a partire dal nord Italia, suscitando negli appassionati un interesse crescente,

La prima gara sportiva di cui si abbia notizia certa, è il Campionato giapponese del 1957, tenutosi pochi mesi dopo la scomparsa del M° Funakoshi avvenuta il 26 aprile, il primo Campionato Europeo si svolge a Parigi al De Coubertin nel 1966 ed il primo Campionato Mondiale sarà a Tokyo nel 1969.

Queste prime gare erano solo di kumite ( combattimento libero ) solo maschili, individuali o a squadre, ma senza le categorie di peso che verranno introdotte solo nel 1972 e senza i kata che entreranno nelle gare internazionali solo nel 1980 assieme alle prime competizioni femminili.

Oggi, in Italia il Karate è ufficialmente riconosciuto come disciplina sportiva dal CONI che ne ha affidato il coordinamento alla FILPJK ( Federazione Italiana Lotta, Pesi, Judo, Karate ) la quale ne organizza egregiamente l’attività e conta ben oltre un centinaio di migliaia di appassionati praticanti su tutto il territorio nazionale. Ottimamente strutturata, la Federazione ha accolto come quarto settore il Karate alla quinta Assemblea straordinaria il 2 luglio 1994 ed oggi dispone di eccellenti Dirigenti e Tecnici che hanno portato la nostra nazione a primeggiare in questa disciplina in campo mondiale ponendola sempre ai primissimi posti delle classifiche nelle gare internazionali.

A livello mondiale, il Karate oggi fa capo alla World Karate Federation ( WKF) alla quale aderiscono 164 nazioni con oltre 40 milioni di praticanti, e gode del riconoscimento definitivo dell’Interanational Olimpic Comitee ( IOC ) e sta giocando le sue carte migliori per avere l’ultima indispensabile consacrazione come specialità Olimpica ai Giochi che si svolgeranno ad Athene nel 2004 per posizionarsi a fianco del confratello Judo, Sport Olimpico fin dalla Olimpiadi di Tokyo del 1964.